Gloria Vanni: se ami una persona lasciala andare

Gloria Vanni: se ami una persona lasciala andare
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Se ami una persona, lasciala andare, per #LiAbbiamoAiutatiCosì, Gloria Vanni.

La grandezza di una persona la comprendi quando le parli, perché ti ascolta. La percepisci quanto ti parla, perché ti incanta. La annusi quando la incontri perché ti avvolge. La scopri quando la leggi, perché ti ispira….
Per #liabbiamoaiutaticosì, godetevi Gloria Vanni.


Ho assistito con gioia alla nascita di #LiAbbiamoAiutatiCosi.
La tua creatura, Silvia, sta crescendo sana e forte in questo progetto dedicato al mondo delle due ruote. Leggo gli articoli di Massimo, Rita, Nick, Rocco, Emma, tutti meravigliosi, e intanto mi domando: è più facile aiutare gli altri, magari sconosciuti, delle persone a noi vicine?
Non ho risposte, sono più amica dei dubbi che delle certezze. Accolgo il tuo invito a scrivere per #liabbiamoaiutaticosi e scelgo una mia storia che dura da oltre un quarto di secolo. Raccoglie frammenti del mio essere genitore. Mamma che un giorno, più o meno un anno fa, invita sua figlia ad “andare nel mondo con le sue gambe”.
È l’aiuto più sofferto della mia vita ed è la prima volta che ne parlo. Spero che Sara, semmai arriverà a leggere queste righe, capisca perché scelgo di raccontarmi: condivido le mie esperienze per aiutare altri, fosse anche una sola persona, con la consapevolezza che non c’è mestiere più difficile nella vita dell’essere genitori.

Se ami una persona, lasciala andare

La premessa è… Sono una madre poco italiana, educata all’indipendenza, viaggiatrice curiosa e sempre pronta a partire, a innamorarmi di persone e progetti. Con questo spirito ho cresciuto mia figlia e da quando mi sono separata – lei aveva cinque anni -, ho lavorato affinché lei avesse un buon rapporto con suo padre. Obiettivo mancato, per mille e uno motivi!
Siamo cresciute insieme, mia figlia è la mia priorità di vita da quando so che sta germogliando in me. Scelgo di dedicare a lei amore, energie, tempo, anni. Sapendo che anche il troppo amore provoca i suoi danni, nessuno nasce imparato e noi diventiamo genitori insieme ai nostri figli.
Sara è il centro del mio mondo. Sono comunque una mamma che lavora ed esce ogni giorno alla mattina per andare in redazione. Per anni ci salutiamo sulle scale di casa con un “ti-amo-in-fi-ni-ta-men-te!“, cantato a due voci.
Bambina, adolescente, piccola donna. Sara ha i difetti della figlia unica. La educo alla scelta. Da quando è alta come un soldo di cacio le trasmetto “come tu vuoi amore e rispetto, gli altri vogliono amore e rispetto“, “la perfezione non esiste“, “i problemi noi li risolviamo!“.
Il suo specchio è una mamma che sta bene nella propria pelle. Se ho un rammarico, ma ormai non c’è l’ho più, è quello di non essere riuscita a rifarmi una famiglia. Sono convinta che qualsiasi rapporto sia ricchezza, anche quando il prezzo da pagare è la gelosia. Suo padre è oggi il mio migliore amico. Lei ha avuto due genitori uniti anche se separati.
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Sara diventa grande e siamo diverse, lontane anni luce come gusti, visioni, desideri, impegni. Sono al suo fianco in momenti importanti e non. Quando, a 8 anni, ritorna da scuola e mi dice: “mamma, non vedo la lavagna!”. Quando vuole fare l’amore la prima volta. Quando si diploma e si laurea. Quando prova a seguire la sua passione per il cake design. Quando il laser cancella la sua miopia. Quando perde il lavoro.
Ci sono, punto. So che non è semplice affrancarsi da una figura materna come la mia. Non la cresco con il mito del Principe Azzurro e questa è la sua ricerca: lei vuole un compagno, vuole vivere la coppia, festeggiare San Valentino, il resto è un optional.
La nostra convivenza diventa sempre più solitudine, sofferenza, recriminazioni, aggressioni reciproche. Gli ultimi cinque anni sono stati così, un continuo match tra un figlio che pretende e un genitore che dà, continua a dare e si chiede: fino a che punto è giusto dare? Che esempio di persona ti sto offrendo? Fino a quando è giusto sacrificarsi e mettersi da parte per un figlio?

Se ami una persona, lasciala andare

Mi confronto con psichiatri e psicologi, non ho timore a chiedere aiuto quando sento la necessità, tengo duro, colleziono errori e ogni tanto l’avverto: “Sto per toccare il fondo, oltre c’è il mio amor proprio, mi è impossibile calpestarmi…”. Le mie parole cadono nel vuoto. Quanti pianti e lacrime che Sara non vede, non vuole ascoltare.
Arriva il giorno in cui sento che mi resta una sola carta da giocare. Sara ha superato il suo periodo di prova in banca – chapeau per il lavoro che si è conquistata da sola! -, ha uno stipendio e una indipendenza economica: la nostra convivenza per me è al capolinea. 
È lunedì pomeriggio, mi sono preparata, le parole escono dal cuore. Con semplicità, le chiedo di uscire di casa, entro due settimane. Può andare da suo padre, può affittare una camera, può condividere una casa con amiche e amici come abbiamo fatto tutti. Lei legge solo l’abbandono, esce in una settimana e per lei sono morta. Vorrei urlarle che sono viva ma capisco che i silenzi sono più preziosi delle parole.
In sette mesi, mi chiama una volta perché ha un incidente con la macchina e ha bisogno di aiuto economico: ci sono! Io le scrivo ogni settimana un messaggio via WhatsApp e quando mi risponde, una volta al mese, è un fiume di rabbia in piena.
Tempo. Ci vuole tempo per crescere. Ci vuole tempo per capire. Ci vuole tempo per cambiare.
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Dopo quasi sette mesi, sempre via WhatsApp, mi chiede di incontrarci: “Voglio capire se sei ancora parte della mia vita”, mi scrive e aggiunge che non mi ha perdonata, è solo stanca di essere arrabbiata. Quando è uscita da casa nostra, è andata da suo papà per una settimana e poi a vivere con il suo ragazzo e i genitori di lui.
Sei ancora parte della mia vita?
Ci incontriamo in un bar, me la bacio e abbraccio, chiacchieriamo per più di due ore. L’ascolto, la guardò, la respiro, la tocco, l’amo. Io amo più ascoltare che parlare. La fermo quando inizia con accuse e reprimende. Ritrova una mamma pronta ad accoglierla tra le braccia, come sempre. Una mamma serena per avere preso le distanze che hanno consentito a lei di crescere e a me di essere me stessa, con la leggerezza e la semplicità che mi sono proprie. Sì, l’aiuto è sempre reciproco, anche quando pensi di dare, ricevi, stai ricevendo, riceverai. Questa è una delle meraviglie della vita.
Da quel primo incontro sono trascorsi cinque mesi. Sara sta comprando la casa dei suoi sogni e a breve inizia a muovere i primi veri passi per costruire la sua famiglia. Il nostro presente è fatto di confronti, chiacchiere telefoniche, baci e abbracci quando capita. La sento camminare serena e determinata.
“Se ami una persona, lasciala andare, perché se ritorna, è sempre stata tua. E se non ritorna, non lo è mai stata”
dice il poeta libanese Khalil Gibran. Pura verità, Silvia, e grazie per avermi dato l’opportunità di condividere questa parte di me.
Ps. Come sai sono nata a Genova, città di mare e della Piaggio. La mia prima moto a 14 anni è una Vespa 50. Mi brucio la 125 perché a 16 anni sono rimandata in chimica. Guido le due ruote da oltre 40 anni, a lungo sono state il mio unico mezzo di trasporto e dopo la bici per me c’è la moto!
Non sono riuscita a insegnare a Sara a guidarne una, è passata dalla bicicletta all’automobile. Va in moto con Mattia, il suo compagno, appassionato centauro! E va bene così!

Ho perso mia madre a 13 anni… come invidio Sara… un abbraccio grande e grazie Gloria.
Di Genitori e Figli abbiamo parlato anche qui, sempre in questa rubrica.

Se anche tu vuoi partecipare e scrivere il tuo #LiAbbiamoAiutatiCosì, non devi fare altro che contattarmi . Trovi tutto qui, compresa la mail, ma se preferisci scrivermi direttamente, lo puoi fare da qui.
Lascia segno del tuo passaggio in questo post, scrivendo un tuo pensiero, sarà bellissimo leggerlo e parlarne insieme.

 

silvia camnasio
Lavoro alla Moto 39 dalla sua nascita. Oggi mi occupo prevalentemente di rispondere ai quesiti che i loro clienti mi pongono, tramite questo blog, sotto forma di articoli, oppure direttamente via mail. Puoi pormi le tue domande scrivendomi via mail vespamoto39@gmail.com, ti risponderò direttamente o tramite un post su questo sito. Oggi un nuovo progetto #liabbiamoaiutaticosì! Vogliamo raccogliere storie vere, di persone normali per qualcuno e speciali per qualcun' altro. L'idea è nata come pretesto per raccontarti cosa possiamo fare noi per te per aiutarti, ma sta diventando invece l'occasione per raccontare cosa, ognuno di noi, ha fatto per qualcun'altro.
Partecipa anche tu, scrivi a vespamoto39@gmail.com o contattami attraverso il link dedicato racconteremo insieme #liabbiamoaiutaticosì.

Comments

  1. Non sono padre, ma il tuo discorso mi pare valido in senso assoluto. Il fatto che provenga da un genitore è un’ottima cosa proprio perché questo tipo di consapevolezza è tutto fuorché comune fra madri e padri italiani.
    Penso che prima di mettere al mondo nuove creature bisognerebbe ricordarsi che siamo stati tutti quanti figli. E perdonare i propri genitori.

  2. Ciao, Luca, grazie per avere lasciato tue tracce e avere apprezzato questo mio racconto. Credo che tu abbia espresso con alte parole, la sintesi della mia esperienza d’amore con mia figlia.

    Per una madre come me, è in assoluto l’amore più forte e importante. Come la natura ci insegna, anche se siamo poco propensi ad ascoltarla, amare è anche lasciare andare, soprattutto un figlio e questo non appartiene alla cultura italiana!

    Continuare ad amare, nonostante lontananza, diversità, dolore è parte del mio modo di essere persona, donna, madre. Non so se sei padre e comunque… “Bimbi piccoli, problemi piccoli. Bimbi grandi, problemi grandi!”.

  3. Mi piace questa storia di vista perché tratta un tema complesso in maniera non banale.
    Innanzitutto considera l’amore nel suo significato più ampio, mentre di solito per “amore” ci si riferisce alla forma di attrazione psico-fisica che avvicina donne e uomini.

    In secondo luogo mi trasmette positività perché si libera del classico luogo comune secondo il quale l’amore implica rinuncia. Io penso invece che quando si arriva a credere di aver rinunciato a qualcosa per un’altra persona, allora non si tratta di vero affetto.

    Tutti noi abbiamo bisogno di amore, ma esso si manifesta nella sua reale portata quando quel bisogno viene meno.

    Facile voler bene ad una persona che ci torna utile e ci dà retta. Più difficile donare affetto a qualcuno che possiede una consapevolezza diversa dalla nostra e sembra non capirci. E se fosse proprio questa la vera sfida che il nostro bisogno d’amore porta con sé?

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